omelie
SCRAVAMENTU 2012
PREAMBOLO
“Finché c’è vita c’è speranza”. Così recita un proverbio. Ma ora qui non c’è più vita e quindi saremo portati a dire: “non c’è più speranza”. Le cose non stanno però così. C’è, infatti, speranza perché colui che è appeso alla croce è “la vita, la via, la verità” e con le parole di Paolo: “la speranza”. Sì, Cristo è la nostra speranza. E speranza di una vita che non viene annientata dalla morte, è speranza di una via che vince i vicoli ciechi dell’esistenza umana, è verità per uscire fuori dal vuoto esistenziale che rende sterile il guardare sopra il cielo come se tutto si esaurisse ora e qui. Al’uomo non basta il qui e ora, ha una fame di un altrove e d’immortalità. E’ la fame e sete di Dio che muove i ricercatori di senso, di pienezza e di bellezza. E’ l’amore Di un Dio tanto buono e amabile che noi intravediamo in questo uomo sulla croce che ora si disvela perché noi possiamo toccare con mano la profondità della sapienza di Dio che si annienta per elevare a sé nel Figlio ogni uomo e donna che chiama alla vita. Seguiamo in silenzio. Seguiamo con amore.
INSEGNA
Gesù Nazareno, Re dei Giudei
Quattro lettere che dovrebbero riassumere la motivazione di una condanna a morte. Una sentenza che annienta un innocente che passò lungo le città e villaggi della Palestina unicamente facendo del bene, annunciando il Regno di Dio, risanando i malati, guarendo i cuori affranti, ridando speranza e invitando a vivere non per se stessi ma in un’ottica che da lode a Dio mentre si pone al servizio dei fratelli. Tolto di mezzo, come un malfattore; eliminato come un empio, un bestemmiatore; calunniato, sbeffeggiato, deriso e sputato come la feccia dell’umanità più spregevole. E,se ne stava zitto, soffrendo e offrendosi in redenzione di una umanità che aveva smarrito le coordinate dell’innocenza, della legalità e della pietà.
CORONA DI SPINE
I capi, quelli che contano, quelli che hanno potere, hanno una corona. Non poteva essere diversamente anche per questo Re dei Giudei. È una corona sì ma di spine. Una corona che espande derisione e al contempo procura dolore. È un dolore che viaggia dall’esterno e ferisce il capo del Signore. È un dolore che si aggiunge agli altri dolori: il tradimento, il sentirsi lasciato solo, le offese, la flagellazione subita,le cadute, i fori alle mani e ai piedi e ora anche il dolore delle spine. Tutto questo rende quel Gesù di Nazareth l’uomo dei dolori, se ancora si può definire uomo. È, infatti, il dolore fattosi persona. Dal capo ai piedi, Egli è l’uomo fattosi dolore, come il grano che viene maciullato perché diventi farina; e chi gli sta attorno, chi gli fa da corona resta indifferente o inveisce su di lui, si fa spina con le parole e i gesti o semplicemente non facendo, non dicendo nulla che dimostri compassione. Di dolore si muore. D’indifferenza si soffre ancora di più; dove sono quei 5000 che mangiarono a sazietà pane e pesci; dove sono quelli che qualche giorno prima gridavano: Osanna al Figlio di Davide. La corona di persone ora è diventata corone di spine.
CHIODI
Mani e piedi estensioni della nostra persona. Come la forchetta e l’auto. L’una ci serve a prendere qualcosa, l’altra per raggiungere distanze altrimenti impossibili per motivi di tempo. Mani e piedi ci mettono in relazione con ciò che ci circonda, con i nostri consimili. Mani per prendere\dare; mani per stringere\lasciare; mani per accarezzare\portatrici di violenza; mani per benedire\maledire;piedi per scappare\accorrere; piedi per giocare\colpire; piedi immobili\assicurano presenza; Finché il nostro cervello ha potere su di essi, finché la nostra volontà si esercita tramite essi, riteniamo di essere i padroni della nostra vita. Basta una caduta banale, un’ingessatura, perché ci accorgiamo quanto ciò sia illusorio. La nostra autosufficienza cessa di colpo. Ci scopriamo limitati, peggio: dipendenti. Per tanti la vita vera è quella all’insegna dell’indipendenza che prescinde dagli altri, utili solo se mi servono per raggiungere i miei fini, altrimenti no. Cristo immobile sulla croce; Cristo inchiodato c’insegna come ogni vita, anche quella bloccata su un letto d’ospedale o a casa, abbia un valore assoluto. Egli ci ha salvato non in piedi o mentre era in cammino bensì quando è stato inchiodato sulla croce. La salvezza passa attraverso l’ora dell’impotenza assoluta. Quando umanamente non poteva più fare nulla, l’uomo della croce, ha lasciato che il Padre facesse tutto per noi, per la nostra salvezza. Niente e nessuno è riuscito a togliere il chiodo fisso presente in lui: compiere la volontà del Padre. Gli altri chiodi penetrano nella carne e possono essere tolti di nuovo. Il fare la volontà di Cristo nella nostra vita è un chiodo che dobbiamo chiedere che il martello di Dio, lo Spirito santo, conficchi nella nostra carne.
DISCESA DEL CORPO
Colui che è disceso dal cielo ora viene disceso dalla croce sulla nuda terra. È il massimo dell’abbassamento. Il Figlio di Dio si è umiliato sino alla morte e alla morte di croce. Il corpo esprime la nostra creaturalità; non ci siamo fatti noi; lo abbiamo ricevuto; è la nostra navicella spazio – temporale; senza non esistiamo; attraverso di esso comunichiamo anche senza le parole. Il nostro corpo dice di noi, parla per noi, siamo noi. Tramite esso entriamo in relazione, stringiamo rapporti, scriviamo la nostra biografia. Il corpo di Cristo dice quanto Dio ha preso sul serio la nostra umanità. Ci ha raggiunti nella nostra storia, in questo piccolo punto di una serie incalcolabile di universi. E ci ha fatto comprendere come il collante che lega gli esseri viventi immersi nel tempo e nello spazio è l’amore. Per amore lui è venuto tra noi. Per amore lui è morto per noi. Sempre l’amore ci tiene uniti a lui e rende possibile la vita tra noi. Senza amore siamo corpi senz’anima, senza cielo, senza compassione, pietà. Senza amore alimentiamo il cinismo, assideriamo le relazioni, abbruttiamo le nostre città, inquiniamo e vanifichiamo la nostra comunicazione. Comunicare, qualcuno ha scritto è: Comun I Care. Ovvero preoccuparsi di condividere. È offrire occasioni per far si che l’uomo si divinizzi come lui venendo tra noi ha assunto la nostra umanità e ora sta accanto al Padre con questo “di più” che fa si che noi gli siamo cari in maniera infinita. Divina.
NATALE 2011
La venuta di Dio tra noi non è frutto dell’improvvisazione ma dell’amore. Il nostro Dio viene a noi “nella pienezza del tempo”.Pienezza preparata attraverso i profeti e i discendenti di Abramo sino a “Giacobbe che generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo”.
Si tratta di un succedersi di persone, di avvenimenti e pure di fatti e misfatti, di peccato e di misericordia che lega l’amico di Dio, Abramo, all’amico dell’uomo, Cristo, il figlio di Maria. Dio in lui entra nella storia, nella vita degli uomini e delle donne di ieri e di oggi per redimerla dal di dentro, per tramutarla in una storia di salvezza.
Colui che viene in mezzo a noi è infatti il Salvatore dell’umanità. Noi tutti eravamo come smarriti, egli ci ha trovato; eravamo immersi nelle tenebre, egli si è fatto luce e ha acceso in noi il desiderio di lui; eravamo in ginocchio, fortemente ripiegati su noi stessi, egli ci ha risollevati e insegnato a comunicare, ad aprirci all’altro. Ci ha dato una mano e rimessi in cammino.
Sì, Dio ha compiuto questo nel suo Figlio, fattosi bambino, uomo per noi, nostro compagno di viaggio. Ci ha salvato facendosi bisognoso di un padre e di una padre, perché apprendessimo a costruirci come famiglia umana, perché sperimentassimo che in lui siamo tutti fratelli e sorelle, figli del Padre suo.
Ha avuto bisogno dell’affetto di Maria e Giuseppe perché apprendessimo l’arte dell’amore nell’intessere le nostre relazioni con quanti camminano con noi oggi e qui. E, sapendo, che l’impresa sarebbe stata impari, ci ha donato lo Spirito Santo, che ci spinge ad amare sino al dono supremo della nostra stessa vita; è un amore che sa perdere per vincere; è un amore che non si esaurisce, ma più si amano i fratelli e più si sperimenta l’amore di Dio nei nostri cuori.
Questo è quanto Dio realizza in noi, se ci facciamo accoglienza, casa per il suo Figlio che ci passa accanto nell’affamato, nell’assetato, nell’ignudo, nel malato e nel carcerato.
Lui, infatti, si “autocela” negli ultimi, nei poveri, in chi ha sbagliato, in chi è reputato scarto, in chi è perseguitato. E’ una logica, quella di Dio, che stride col nostro modo umano di pensare e di agire.
Non c’è Natale se non ci facciamo casa per Dio, se non liberiamo la nostra vita da ciò che è peccato, ingiusto, indegno di lui e non ci apriamo al bene, al giusto e al santo. Non c’è Natale se chiudiamo i nostri occhi e il nostro cuore a Dio che veste i panni di chi non conta, di chi ha sbagliato e lotta per riscattarsi, di chi è solo o malato o indifeso.
Sì, Dio ci ha donato davvero tutto. Ha avuto e continua ad avere tempo per noi. Ci ha amati quanto non lo meritavamo e non smetterà mai di amarci perché siamo suoi figli, gli siamo cari. Ci ha donato la sua Parola perché ci lasciassimo guidare da lui nel viaggio della vita. Chiediamogli di saperlo ascoltare, e di avere la forza di mettere in pratica la sua parola. Di saper testimoniare con umiltà e coraggio un Dio così buono e amabile.
Mentre in questi giorni ci porremo dinanzi al presepe, domandiamo al Signore di saper percorrere il cammino della vita e della fede non solo per incontrarlo come personaggio del presepe accanto a Maria e Giuseppe ma anche per saperlo testimoniare con la parola e le scelte di vita nella nostra storia quotidiana e personale; chiediamogli la forza per vivere bene la nostra vita; per saper tessere relazioni positive con le persone che amiamo; chiediamogli la grazia del suo perdono e la forza per offrirlo a chi ferito; chiediamogli di saper cogliere e coltivare la gioia della preghiera come respiro dell’anima che aiuta a percepire nel profondo del nostro essere l’amore che il Padre nutre per il Figlio nello Spirito Santo e che riversa in noi. Diveniamo casa del Signore, sia la nostra vita lo spazio dove Dio abiti, ami incontrarci e tessere grazie a noi contatti di speranza, gratuità, gioia, misericordia, bellezza, prossimità, consiglio, aiuto per i nostri fratelli. Questo bambino nato a Betlemme non ci libera dalla fatica della vita, non ci aliena dall’impegno per costruire la città dell’uomo, non ci toglie affatto la nostra dignità di uomini e donne ma ci spinge a vivere la nostra esistenza in pienezza. Dio non ci depreda dell’umanità ma ce potenzia, divinizzandola. “Farete cose più grandi di me”. Così è stato per i santi. Così sarà per noi, se “non viviamo per noi stessi ma per lui che è morto e ha datola sua vita per noi”. Buon Natale. Sì, Natale è tutta un’Alta comunicazione che non disdegna nel suo protagonista principale di scendere sino a terra per farci volare alto. Auguri. Iserra.
